

118. La cultura europea fra Otto e Novecento.

Da: J. Joll, Cento anni d'Europa, 1870/1970, Laterza, Bari, 1980.

Alla fine del secolo diciannovesimo le certezze imposte dal
positivismo alla societ e alla cultura europea vennero meno. Fino
agli ultimi decenni dell'Ottocento lo storico francese Hippolyte
Taine poteva affermare che la storia andava studiata come fosse
una scienza della natura; lo storico tedesco Leopold von Ranke
consigliava intanto che bisognava scrivere la storia cos come le
cose sono andate in realt. Contemporaneamente gli archivi
venivano esplorati per accumulare fatti e particolari considerati
indispensabili alla ricostruzione filologica della verit storica.
Nel nuovo secolo - sotto la spinta di filosofi come Croce, Diltey
e Bergson, scrittori come Proust, artisti come i cubisti e gli
impressionisti, psicanalisti come Freud - la percezione della
realt e la ricostruzione della storia tornarono ad essere
considerate estremamente relative e personali, legate com'erano ad
una molteplicit di fattori, fra i quali i complessi e nascosti
recessi della memoria. Nel brano seguente lo storico inglese James
Joll ci illustra i particolari di tale mutamento culturale.


Il secolo diciannovesimo, nei suoi anni di mezzo, non aveva
soltanto assistito allo sviluppo del liberalismo politico, ma era
anche stato un periodo nel quale era sembrato che non esistessero
confini all'applicazione ad ogni problema dei metodi delle scienze
naturali. Questo movimento era sfociato, soprattutto in Germania,
nel tentativo di conciliare religione e scienza applicando i
criteri dell'indagine razionale allo studio della Bibbia e alla
testimonianza dei Vangeli e segnando cos una svolta nella
teologia protestante. Analogamente, il filosofo, critico e storico
francese Hippolyte Taine, morto nel 1893, aveva pensato che ogni
mutamento storico potesse spiegarsi in termini scientifici esatti
e che lo studio della storia potesse essere condotto in base ai
metodi sperimentali seguiti nelle scienze della natura, dove le
ipotesi vengono convalidate o smentite mediante riferimento ai
fatti empirici. La letteratura, l'arte, perfino l'etica, secondo
Taine e molti altri studiosi della sua generazione, potevano
essere studiate tutte allo stesso modo; e idee di questo genere
sia in Francia che in Germania avevano portato a un nuovo
interesse per la conoscenza storica esatta basata su lavori di
archivio, e a un culto del distacco e dell'imparzialit nella
storiografia che il grande storico tedesco Leopold von Ranke,
morto nel 1886 a novantun anni, riassunse nella celebre frase
secondo cui la storia andava scritta cos come le cose sono
andate in realt (wie es eigentlich gewesen ).
Ma, alla fine del secolo, anche questo genere di certezza
cominciava a vacillare e lo stesso accento sull'irrazionale e
sull'importanza delle reazioni istintive cominciava ad essere
posto in altri campi del pensiero. Nel 1893, per esempio, il
ventisettenne filosofo italiano Benedetto Croce pubblicava un
saggio su La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte,
il primo di una lunga serie di libri in cui doveva sviluppare una
filosofia della storia in antitesi diretta con la fiducia corrente
nell'accumulazione meticolosa di fatti e particolari che si
sperava di poter riunire in un'immagine fedele ed obiettiva del
passato. Tutta la storia  storia del pensiero, egli scriver pi
tardi: i fatti di cui si occupa lo storico vibrano nella sua mente
e, scrivendo di storia, egli in un certo senso analizza se stesso
e approfondisce la conoscenza di s. La comprensione degli eventi
e degli atti passati dipende dal grado in cui si riesce a ricreare
il pensiero dei personaggi storici grazie ad uno sforzo
d'immaginazione per identificarsi con essi. Nella sua insistenza
sulla necessit di questa ricreazione in campo storiografico,
Croce, che rimase fin dopo la seconda guerra mondiale una delle
influenze intellettuali dominanti in Italia, ragionava secondo
linee analoghe a quelle di numerosi storici e filosofi tedeschi, e
la sua critica della storiografia positivistica ebbe conseguenze
importanti, anche se spesso diverse da quelle che lo stesso Croce
si attendeva in origine. Una volta ammessa l'impossibilit di
raggiungere la verit obiettiva nella ricostruzione del passato,
infatti,  difficile evitar la conclusione che il nostro modo di
vedere la storia  inesorabilmente condizionato dalle circostanze
in cui viviamo ed operiamo. La nostra storiografia  quindi
necessariamente il prodotto della nostra epoca, e per quanta
immaginazione e simpatia o per quanta erudizione noi applichiamo
al tentativo di ricreare i processi mentali delle generazioni
passate, non possiamo non essere limitati dalle nostre credenze,
preoccupazioni ed emozioni. Cos intesa, l'obiettivit storica 
perci una chimera; e ogni generazione dovr riscrivere la storia
per proprio conto. Dalla concezione di Croce e da quella di alcuni
filosofi della storia tedeschi, come Wilhelm Dilthey [che
evidenziava anch'esso i molteplici condizionamenti dell'analisi
storica], sembra insomma di poter dedurre che la verit storica 
sempre relativa, e che le risposte ultime, sicure, oggettive, alle
quali gli storici positivistici credevano di poter giungere,
sfuggiranno sempre alle loro mani.
Questa rivolta contro le certezze apparenti della generazione
passata, e la sensazione che la realt non  suscettibile di
un'analisi definitiva e nettamente disegnata,  un aspetto tipico
di quasi tutti i campi del pensiero alla fine dell'Ottocento e nei
primi anni del Novecento. In filosofia, per esempio, il francese
Henri Bergson - in una serie di libri aperta dall' Essai sur les
donnes immdiates de la conscience, pubblicato nel 1889 quando
egli aveva trent'anni - part dallo studio della percezione e
dall'opera di neurologi e psicologi contemporanei che si erano
occupati della meccanica mediante la quale attingiamo la
conoscenza del mondo esterno, per criticare l'interpretazione
meccanicistica dei processi mentali e sottolineare il ruolo del
tempo e della memoria nella formazione della nostra immagine del
mondo. Ogni divisione della materia in corpi indipendenti dai
contorni assolutamente definiti  una divisione artificiale,
scriveva nel 1900 in Matire et mmoire. La realt non tollera
d'essere frazionata e suddivisa in serie di fatti bruti distinti
l'uno dall'altro; l'esperienza  invece un processo continuo di
costante metamorfosi, in cui la dimensione-tempo ha la stessa
importanza della dimensione-spazio. C' almeno una realt, si
legge nella Introduction  la mtaphysique, pubblicata nel 1903,
che afferriamo tutti dal di dentro, per intuizione e non per
semplice analisi. E' la nostra persona nel suo scorrere attraverso
il tempo. E' il nostro io che dura.
L'influenza di Bergson, soprattutto in Francia, ma anche in
Italia, super forse quella di molti pensatori pi profondi, in
parte a causa dell'eleganza e della lucidit del suo stile (le sue
lezioni al Collge de France assursero a grande avvenimento
mondano), in parte a causa della sua insistenza sul ruolo
dell'istinto e sulla necessit di vedere la realt come un
continuum al quale ci avviciniamo da molte direzioni diverse;
insistenza che riassumeva ci che molti contemporanei sentivano
soprattutto in campo artistico, subissero o no la sua influenza
diretta. Cos Marcel Proust (che aveva assistito da studente alle
lezioni di Bergson, ed era anche cugino della moglie del filosofo)
cominci a lavorare nell'estate del 1905 intorno al grande romanzo
A la recherche du temps perdu cercando appunto di registrare il
flusso del tempo nella coscienza dell'individuo e di mostrare come
il tempo modifichi tutti gli uomini e tutte le situazioni fino ad
avvolgerli in una rete inestricabile di ricordi e associazioni:
vano quindi pretendere di capire una cosa, se si cerca di isolarla
in una certa frazione di tempo invece di sforzarsi simultaneamente
di vederla cos come l'inesorabile flusso del tempo la modifica.
Uno dei primi critici inglesi, quando il primo volume dell'opera
proustiana vide la luce nel 1913, ne riassunse il significato con
uno specifico richiamo a Bergson: nelle immagini di Proust,
materia e memoria vengono sottilmente combinate in un caldo
flusso di vita rivissuta, senza alcun intervento della ragione.
Se Bergson e Proust si preoccupavano di introdurre e stabilire una
nuova concezione del tempo, alcuni artisti dell'epoca
immediatamente precedente la prima guerra mondiale si prefissero
allo stesso modo di sviluppare una nuova concezione dello spazio e
di demolire per altra via i preconcetti coi quali si era sempre
guardato il mondo esterno. In realt, l'arte europea era passata
attraverso tutta una serie di rivoluzioni da quando il quadro di
Claude Monet, Impression, Soleil levant (1872), aveva dato nome al
movimento impressionista, e da quando la prima esposizione
impressionista nel 1874 a Parigi aveva scandalizzato il pubblico
francese con una nuova visione (basata almeno in parte su nuove
teorie scientifiche della luce e del colore) del modo di
raffigurare la natura. Partito dalla lotta contro le convenzioni
in uso nel dipingere il mondo naturale, il movimento fin per
mettere in causa il modo naturalistico di raffigurare la realt, e
nel 1914 alcuni artisti, creando opere totalmente astratte, erano
giunti a negar valore alla stessa riproduzione pittorica del mondo
esterno. Era, in parte, una reazione al dilagare della fotografia.
Mentre, nei primi anni dopo l'invenzione di quest'ultima, era
sembrato che il fotografo fornisse un nuovo modello di realismo al
quale i pittori dovevano sentirsi in obbligo di cercar di
avvicinarsi, nell'ultimo quarto del secolo diciannovesimo gli
artisti cominciarono a sentire che non avevano nessun bisogno di
tentare ci che la fotografia era in grado di fare altrettanto
bene, o forse meglio. Un pittore come Edgar Degas poteva servirsi
delle immagini simultanee della fotografia per conferire vivezza e
tensione ai suoi quadri di cavalli da corsa o di ballerine; ma,
cos facendo, rompeva con il realismo convenzionalmente ritenuto
fotografico. Mentre la grande generazione degli impressionisti -
Claude Monet, Pierre Renoir, Camille Pissarro - continu a
dipingere fin nel secolo ventesimo meravigliosi paesaggi, nature
morte e ritratti, con la sicurezza incrollabile delle loro
scoperte tecniche, i pittori postimpressionisti, come Paul
Gauguin, Vincent Van Gogh o Paul Czanne, sembravano cercare
dietro le immagini superficiali, nei loro ritratti e paesaggi, una
struttura formale interna o un significato emotivo profondo; e
all'inizio del secolo la rivolta contro il naturalismo nell'arte
era ormai in pieno slancio, nei colori ardenti dei fauves [in
francese belve] - Henri Matisse, Andr Derain e Maurice Vlaminck
- come nelle violente distorsioni e nei folli schemi coloristici
usati da pittori tedeschi come Ernst Ludwig Kirchner ed altri
artisti del gruppo noto come Die Brcke (Il ponte) per esprimere
la complessit sia delle loro emozioni interne sia delle loro
reazioni al mondo esterno. Il movimento artistico che si spinse
pi innanzi nella revisione del concetto convenzionale di spazio
fu quello dei cubisti. Come Proust aveva cercato nei suoi romanzi
di sconvolgere la nozione comunemente accettata del tempo, e di
costruirsi un'immagine personale del mondo guardando i suoi
personaggi da punti di vista temporali diversi e multiformi, cos
Pablo Picasso, Georges Braque e i loro amici nella Parigi del 1907
e degli anni successivi cercavano di dipingere gli oggetti da
diversi angoli simultanei dello spazio inaugurando una rivoluzione
nell'arte europea non meno profonda di quelle che l'avevano
preceduta.
In questa ricerca di nuovi modi di analizzare la societ e
l'individuo, da un lato, e di vedere e descrivere o dipingere il
mondo esterno, dall'altro, caratteristica del periodo a cavallo
dei due secoli, la teoria che forse esercit l'influenza pi
profonda sulla coscienza europea, e che doveva portare a rimettere
in discussione alcune delle credenze pi radicate e incidere
durevolmente sui codici morali e di comportamento etico
tradizionali, fu quella dello psicologo viennese Sigmund Freud. Le
dottrine freudiane sono cos note e, spesso in forma alterata o
mal digerita, rappresentano ormai tanta parte del nostro bagaglio
di conoscenze ed opinioni, che non  il caso di soffermarvisi a
lungo; del resto, nessun riassunto potrebbe rendere giustizia alla
sottigliezza del pensiero e all'eleganza dello stile dell'autore.
Freud cominci la sua carriera come medico interessato ai disturbi
nervosi e, in tale veste, studi alcuni degli stessi rapporti
sulle infermit e gli scompensi fisio-psichici dai quali aveva
attinto Bergson. [...] Ben presto, tuttavia, nelle sue ricerche,
Freud si spinse assai pi innanzi di ogni suo contemporaneo, sino
a formulare una teoria generale delle origini delle neurosi e
della struttura dell'io. La sua Interpretazione dei sogni
(Traumdeutung ) apparve nel 1900 e, bench non se ne vendessero
pi di seicento copie in otto anni, le idee in essa contenute
vennero rapidamente a conoscenza non solo degli psichiatri, ma del
grande pubblico. Quando svilupp la teoria e la prassi della
psicanalisi, Freud aveva per essenzialmente di mira la loro
applicazione clinica al trattamento delle neurosi, e fu solo pi
tardi [...] che si interess delle pi vaste implicazioni sociali
e filosofiche delle sue ricerche. Ma la sua opera ebbe fin
dall'inizio conseguenze importanti per la teoria sociale, e non
solo trasform la nostra visione della natura umana, ma diede vita
ad una nuova immagine dell'uomo nella societ. [...].
L'analisi freudiana del subcosciente e la dimostrazione del
meccanismo attraverso il quale l'uomo realizza i suoi moventi
istintivi e le sue paure inconscie mediante un sistema complicato
di simboli diedero una nuova dimensione alla nostra coscienza e
conoscenza della natura umana. Agli scrittori e agli artisti esse
additarono un nuovo campo di ricerca da scandagliare nei decenni
successivi alla pi larga diffusione dell'opera di Freud; all'uomo
comune resero possibile una pi franca discussione degli atti e
dei problemi sessuali, e questo port gradualmente, fra le classi
colte d'Europa, ad una revisione di gran parte del codice morale
fin allora vigente. Vale la pena di osservare che gi nel 1907 Max
Weber [storico e sociologo tedesco] si preoccupava di questo
aspetto delle conseguenze delle teorie freudiane e, in una
polemica con uno dei seguaci di Freud, non nascose le sue ansie
per i possibili riflessi sull'equilibrio morale, gi cos precario
della societ, di una loro applicazione fuori dell'ambulatorio.
Ma le implicazioni dell'opera di Freud non si fermano qui. Egli fu
uno dei pochi grandi pensatori a respingere costantemente la
metafisica e a non predicare nessuna panacea ai mali e alle
sofferenze del genere umano. La psicanalisi, spingendo l'individuo
a guardare coraggiosamente in faccia anche gli aspetti pi
sgradevoli del suo passato, mirava n pi n meno a rendergli
tollerabile la vita, a permettergli di adattarsi alle richieste e
alle tensioni della sua esistenza quotidiana. Alcuni, non esclusa
una parte dei seguaci di Freud, giudicarono troppo limitata questa
visione cruda e pessimistica della societ e del mondo; e in
realt le implicazioni sociali delle sue dottrine sembrano
equivalere ad un'accettazione dell'ordine di cose esistente e
della verit su se stessi. Con uno sforzo d'introspezione, noi
dobbiamo trovare il modo non tanto di cambiare l'universo in cui
viviamo, quanto di adattarci ad esso. Adattandosi a s, l'uomo si
adatta alla societ. In questi limiti, malgrado tutta la sua
insistenza sull'importanza dell'istinto e la sua scoperta del
ruolo dell'inconscio nella nostra vita, Freud rimase un
razionalista incline ad assistere senza alcuna simpatia allo
sfruttamento delle forze oscure del secolo sulle quali egli stesso
aveva gettato tanta luce.
